Il PD e la finta ripubblicizzazione dell’acqua

di Luca Nivarra, Federazione della Sinistra – Sicilia

I muri di molte città della Sicilia sono da giorni tappezzate di manifesti del PD i quali, tra l’altro, annunciano con grande enfasi il ritorno ad una gestione pubblica dell’acqua. Se il PD, invece che un partito politico, fosse un’impresa, sarebbe incorso nei fulmini dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato per pubblicità ingannevole. Infatti, l’art.49 della legge finanziaria regionale, recentemente approvata dall’ARS, lungi dall’introdurre una disciplina organica del servizio idrico, ispirata ad una chiara e inequivoca istanza di governo pubblicistico della risorsa acqua, contiene alcune confuse disposizioni in materia, le più significative delle quali, peraltro, sono state impugnate dal Commissario dello Stato.

La norma in esame sembrerebbe proporsi due obiettivi fondamentali. Da un lato, quello di procedere ad una riorganizzazione complessiva della gestione del servizio sulle ceneri delle Autorità d’ambito territoriale di cui all’art.148 del Codice dell’ambiente (solo che la pars costruens di questo disegno è, attualmente, sub iudice perché, come già detto, la correlativa disposizione è stata impugnata dal Commissario dello Stato). Dall’altro lato, quello di intervenire sulle gestioni in essere, così da verificare lo stato di attuazione degli impegni assunti contrattualmente dai gestori del servizio: verifica che, sembra di capire, potrebbe essere propedeutica all’adozione di provvedimenti di revoca ai sensi dell’art. 21 quinquies l. n.241/1990. Nella medesima logica si iscrive anche la previsione (pure impugnata dal Commissario) secondo cui, qualora la percentuale degli impegni inadempiuti sia superiore al 40%, la (moritura), Autorità d’ Ambito può risolvere il contratto per inadempimento. L’art. 49, poi, prevede pure un comma 4° alla stregua del quale, nelle ipotesi di revoca e risoluzione di cui al precedente comma 3°, il servizio viene retrocesso ai gestori precedenti almeno fino all’espletamento delle procedure di evidenza pubblica di cui all’art.23 bis l. n.133/2008 (anche questa disposizione è stata ovviamente impugnata dal Commissario dello Stato).

Dunque, un’incompiuta, ancora più incompiuta a causa dei pesanti interventi governativi, che, peraltro, al di là delle apparenze, non tocca in alcun modo, e, anzi, ribadisce il disegno implacabilmente privatizzatore che emerge nitidamente dall’art.23 bis l. n.133/2008. Appare abbastanza chiaro come questo autentico pasticcio normativo che, per lo più, si esaurisce in pure e semplici dichiarazioni programmatiche (tanto è vero che alcuni autorevoli esponenti della composita maggioranza di sostegno al governo Lombardo hanno parlato di “norma manifesto”) non ha nulla a che vedere con un serio progetto di ripubblicizzazione del settore: e, anzi, rischia di creare un pericoloso vuoto normativo foriero, visti i tempi, di incursioni dagli esiti assolutamente imprevedibili. La verità è che l’unica strada per una gestione dell’acqua coerente con la natura di bene comune di quest’ultima è quella indicata dal referendum che si propone, tra l’altro, l’integrale abrogazione dell’art.23 bis l. n.133/2008 e la conseguente adozione della forma giuridica dell’azienda speciale; mentre il pasticcio in salsa siciliana confezionato dai cuochi dell’ARS è solo frutto del maldestro tentativo del PD (partito che, nelle sue varie epifanie precedenti, è sempre stato un convinto alfiere della privatizzazione anche del servizio idrico) di occultare la sua subalternità al centrodestra dando una patina progressista ad un’operazione di puro segno trasformista

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